Oltre la pandemia con equilibrio e scelte responsabili

Il Fatto Globale del momento non è il Coronavirus ma il tempo. Tempo che, a parte coloro che sono impegnati in prima linea contro la diffusione del virus Covid-19, e per i quali diventa una corsa spesso purtroppo drammatica, ognuno si è trovato a disposizione in grande quantità e cerca di impiegarlo come meglio crede in attesa del ritorno alla normalità. Ma quale normalità se già tra gli organi di stampa e gli osservatori più attenti, o più propensi all’approfondimento, si afferma che all’origine della pandemia e della conseguente crisi c’è proprio la normalità ovvero lo stile di vita precedente alla sua diffusione?

Ulisse

Nella seconda di copertina del libro “2030 La  tempesta perfetta. Come sopravvivere alla grande crisi”, di Gianluca Comin e Donato Speroni (Rizzoli, 2012), si afferma che: “Nei prossimi 40 anni la popolazione mondiale supererà i nove miliardi. Come potrà il nostro pianeta reggere i consumi attuali, tanto più se estesi ad altri due o tre miliardi di persone che aspirano a omologarsi allo stile di vita dei paesi più ricchi? Serviranno  due miliardi di nuovi posti di lavoro, ma contemporaneamente le riserve energetiche si andranno esaurendo, l’acqua diventerà un bene sempre più prezioso, il pianeta continuerà a riscaldarsi e sarà colpito sempre più spesso da grandi catastrofi naturali”. “Nel 2030 i problemi che oggi cominciano a manifestarsi potrebbero combinarsi in una ‘tempesta perfetta’ di impatto devastante”. E alla quale la pandemia del Coronavirus somiglia purtroppo per noi maledettamente e che per di più e in anticipo di dieci anni rispetto alle più preoccupanti previsioni. 

“Siamo pronti a farvi fronte? Certo, la responsabilità è dei governi nazionali”, si afferma ancora nella presentazione del libro, “è ora di smettere di perseguire miopi priorità e di cominciare ad adottare politiche lungimiranti, consapevoli della necessità di trovare soluzioni globali”. Mentre all’interno gli  autori esortano a tenere in considerazione la  questione relativa all’operato delle classi  dirigenti: “I governi nazionali rispondono – come molti manager di aziende quotate con i loro azionisti – alle sollecitazioni di un elettorato che li giudica per le loro decisioni a breve termine e non per la loro capacità di disegnare soluzioni globali lontane nel tempo. E questa corsa al consenso a breve, indotto dal ritmo quasi annuale di elezioni locali e nazionali, ha fatto crescere ovunque, ma soprattutto nel mondo occidentale, una classe politica miope alle soluzioni di visione a lungo termine e refrattaria a prendere decisioni che possano mettere a rischio il consenso di oggi per scelte che potrebbero dare risultati positivi per le proprie popolazioni dieci, venti o anche trenta anni dopo”.

“Ma la vera sfida è per tutti noi cittadini, comunità locali, imprese, organizzazioni non profit: i comportamenti virtuosi non riguardano solo un diverso modo di consumare, ma un diverso modo di pensare i rapporti con gli altri, di dare valore al capitale sociale, di misurare la felicità senza ricorrere al PIL”. La vera sfida non è abusare della libertà di opinione offerta dai social, ma esercitarla in modo equilibrato e responsabile in forza di valori umani immutabili e non negoziabili e pretendere lo stesso atteggiamento da chi detiene il potere decisionale. “Perché le sfide che ci attendono (che sono già in atto, ndr), dalla sicurezza internazionale alla finanza, dal commercio all’ambiente, sono mondiali e riguardano tutti: in gioco c’è la sopravvivenza dei nostri figli e il futuro stesso della nostra civiltà”.


Già, la civiltà. Ma quale civiltà? O è forse giunto il momento di rompere ogni indugio e di fare piazza pulita di ogni tabù e ipocrisia e parlare di civiltà smarrita, perduta, sacrificata sull’altare del profitto, dell’individualismo, dell’egoismo, dell’affermazione personale e  nazionale? Perché se esaminiamo il cuore delle civiltà tuttora protagoniste della scena mondiale, e di questa pandemia in particolare, cioè quella orientale e quella occidentale, questa è la forte impressione che se ne ricava.

Il termine Taoismo designa sia una scuola filosofica sia una delle principali religioni cinesi. A centro della dottrina di entrambe, filosofia (Daojia, scuola del Dao) e religione (Daojiao, insegnamento del Dao), sta il fondamentale concetto di “Dao” (pronuncia: Tao, via). Ed entrambe ricollegano le loro origini alla figura leggendaria di Lao Tzu (o Laozi), il filosofo a cui viene attribuito il più antico testo taoista: il Daodejing, letteralmente “Libro del Principio (Dao) e della sua virtu’ (De)” e imperniato appunto sui concetti di “Dao” e di “De”.

Il “Dao” non è soltanto il principio di tutto ciò che esiste, la madre del mondo che con la sua forza, la sua essenza e la sua azione, tutto nutre, plasma e completa, ma è anche l’unità fondamentale nella quale si possono risolvere tutte le contraddizioni e le differenze degli esseri: il traguardo da raggiungere per il saggio è dunque l’adeguamento del comportamento umano al “Dao”. È nell’adeguamento al “Dao” che consiste la virtù (De) dell’uomo.

Lao Tzu

“De” è la partecipazione individuale al “Dao” che si estrinseca nel perseguire il “wu wei” (il non agire), che nella vita dell’uomo deve essere inteso come la scelta di non intervenire e di assecondare il flusso naturale delle cose e l’originario ordine cosmico senza turbarlo o tentare di modificarlo. L’uomo, senza l’agire esteriore, passionale ed egoistico, si deve abbandonare disinteressatamente al corso naturale del “Dao”. Il significato del “non agire” in campo etico si concretizza in modestia, altruismo, umiltà, mitezza, tolleranza e amore per la tranquillità. Una filosofia e una religione che in definita si sostanziano nella ricerca dell’equilibrio in ogni aspetto della vita. (Si veda la voce Taoismo in Enciclopedia Tematica Garzanti, le garzantine, Volume 21 – Religioni, Edizione speciale per Il Corriere della Sera, RCS 2006)

Omero e l’Odissea sono invece senz’altro l’autore e l’opera ad avere “una posizione preminente e un’importanza eccezionale in tutto l’ambito della cultura occidentale” (Alfred Heubeck, introduzione a “Omero. Odissea”, Oscar Mondadori 1991). A cominciare, e per finire, dal suo protagonista: Odisseo, Ulisse. Da cui gli studiosi hanno tratto il termine “Ulissismo” per indicare “l’uomo perennemente a un bivio”.  E cioè l’essere umano di ogni epoca posto continuamente dalle avversità della vita di fronte a una scelta. Una condizione ineludibile e insieme colma di sofferenza e di libertà che l’evoluzione della civiltà occidentale, specie nei secoli più recenti, ha cercato di rimuovere; nella misura in cui oggi ogni scelta, individuale o collettiva che sia, se esaminata attentamente risulta delegata, indotta, imposta, meccanizzata o addirittura elettronica e algoritmica e in definitiva quasi del tutto annullata o peggio sostituita da una finta libertà.

Omero colloca Ulisse tra i più grandi eroi quanto a coraggio e a forza in battaglia, per astuzia politica e intelligenza strategica. Egli è l’immagine ideale di un uomo in cui sono unite in splendida armonia tutte le virtu’ dell’eroismo aristocratico. Ma  con qualcosa in più che lo porta oltre l’epica greca preomerica e finanche oltre se stesso venendo a rappresentare l’uomo che alle ardue questioni della vita dell’esistenza umana, dove dominano il bisogno e l’angoscia, il terrore e il dolore, e dove egli e immerso senza scampo, ha da dare una risposta diversa da quella dei suoi predecessori.

Un mondo reale seppur difficile in cui secondo Omero vale comunque la pena di vivere e di dominare la vita, rispondendo alle sue sfide e costrizioni con l’atteggiamento e i contegno giusti. Ulisse è insomma l’eroe che ha imparato – forse contro voglia e stingendo i denti – a far sua la propria esistenza affrontando tutto il dolore e la miseria che la vita riserva all’uomo ricorrendo tanto alle virtu’ antiche (come il coraggio, il valore, il senso dell’onore, la saggezza, la prudenza) quanto alle nuove attitudini come la capacità di progettare e di calcolare astutamente, di mascherarsi e di nascondersi, e anche a quella, ammirevole e inimmaginabile, di sopportare pazientemente. Proprio come noi tutti stiamo facendo con le restrizioni consigliate dalle misure per il contenimento della pandemia in atto. Ma come scelta individuale responsabile, non come comportamento imposto dalle autorità.

Approfittiamo invece del tempo a disposizione, che probabilmente non avremo più, e che quindi siamo inoltre chiamati a educarci a prendercelo in futuro, per approfondire, per pensare, per riflettere, per considerare “la nostra semenza”, Come Dante fa dire proprio a Ulisse (Inferno XXVI), “fatti non foste per viver come bruti (in spagnolo Prodotto Interno Lordo si dice Producto Interior Bruto), ma per seguir virtute e canoscenza”.

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