Fine pena sempre

Giuseppe Grassonelli

“Hanno ragione a chiamarle morti silenziose, vite a perdere. Nelle carceri italiane si continua a morire, per scelta o per malattia, per vecchiaia o per stress. E non si muore solo al di là delle sbarre. Si uccidono anche poliziotti penitenziari logorati nella testa e nell’animo. E se no ce la fanno più loro, figuriamoci noi detenuti”. Sono le parole crude e pacificate con cui l’ergastolano Giuseppe Grassonelli descrive lo stato delle carceri italiane in Malerba, scritto a quattro mani con il giornalista Carmelo Sardo e Premio Leonardo Sciascia 2014 per la Letteratura.

Chi è Giuseppe Grassonelli? E’ entrato in carcere nel novembre del 1992, a seguito dell’Operazione Leopardo, a 27 anni e da semianalfabeta. In carcere si è laureato in Lettere e filosofia con 110 e Lode e ha deciso di raccontare la sua storia. Senza falsi pentimenti interessati, senza illusioni, e con la calma lucidità e la risolutezza spietata che avevano caratterizzato la sua vita fuori dalle regole.

Ascoltiamolo. Perché le sue parole sono quelle di tanti, troppi detenuti che non le hanno, che non le trovano per esprimere quello che sentono. “Lo confesso, sono stato un criminale piuttosto spietato, ma non avevo alternativa. Non conoscevo altre vie d’uscita. Ho ucciso uomini, mi sono macchiato di numerosi crimini e avrei continuato a commetterne se non mi avessero arrestato. Sono sempre stato, fin da ragazzino, un delinquente, ma paradossalmente non sapevo di esserlo”.

Eppure qualcosa è cambiato. “Però, alla fine, ho capito quanto fossero importanti i legami per mantenere la legalità in ogni società – annuncia Grassonelli. Oggi credo nello Stato, nelle sue leggi – posso anche non condividerle, ma le rispetterò sempre – e nella società civile. Voglio che i miei figli crescano e vivano in una società senza mafie”.

malerbaMa entriamo in medias res, in mezzo alle cose, e parliamo dell’ergastolo, del quale chiediamo fin da adesso l’abolizione e la conversione delle pene nel massimo previsto dalla legge, 30 anni di carcere. Ascoltiamo ancora Grassonelli. “Non so quanti sappiano cosa sia l’ergastolo ostativo. Non so quanti sappiano che in Italia la condanna all’ergastolo non è uguale per tutti. C’è chi viene condannato all’ergastolo comune e chi, come me, all’ergastolo ostativo, l’articolo 4-bis dell’Ordinamento Penitenziario. Qual è la differenza?”.

L’ergastolo ostativo viene applicato solo a chi si macchia di omicidi commessi nell’ambito di una guerra di mafia. Se io, per esempio, avessi ucciso un poliziotto o un carabiniere, o un direttore di banca, o un gioielliere per rapina, o peggio un bambino, mi sarei beccato l’ergastolo comune. Chi è condannato all’ergastolo comune dopo vent’anni di detenzione può iniziare a far richiesta di permessi per uscire, per passare le feste a casa, ma anche per ottenere la semilibertà o andare a lavorare fuori. Noi condannati al 4-bis no. non abbiamo diritto a nessun beneficio”.

Sia la parte relativa al pentimento di Grassonelli sia quelle che raccontano la sua pena mettono involontariamente in rilievo la logica distorta della legislazione antimafia. Quella sui pentiti, infatti, premia solo la chiamata in correità, non il pentimento vero, facendo così passare il pericoloso concetto che l’infamità è la regola, mentre la resipiscienza, il ravvedimento sincero non è neanche l’eccezione, ma un comportamento disdicevole e perfino da stupidi.

Non solo. Se l’omicidio di un mafioso è punito con l’ergastolo ostativo mentre quello di un poliziotto o un bambino con l’ergastolo comune vuol dire drammaticamente che per la legge, per lo Stato italiano la vita di un mafioso vale di più di quella di un tutore dell’ordine pubblico o di un innocente. E si finisce dunque per dare importanza e prestigio a ciò che si puù si vuole combattere e perseguire: la mafia, appunto.

carcereE’ il dramma di queste persone IlFattoGlobale di Natale 2014. Globale perché quello della pena di morte, dell’ergastolo che la equivale se non peggio, delle torture, dell’isolamento, dell’affollamento carcerario non è un problema soltanto italiano. Pochi giorni fa è stato reso noto dal Senato degli Stati Uniti d’America il rapporto sulle torture e le violenze gratuite perpetrate dalla CIA nel mondo. Per non parlare poi dei tanti immigrati rinchiusi in condizioni disumane nei Centri cosiddetti d’accoglienza e il loro essere trattati da merce, carne da macello, come è emerso a seguito dello scandalo Mafia Capitale.

Forse possiamo dare ragione a Beppe Grillo una volta tanto. Nel senso che c’è un’etica tacita anche in un patto criminale. Ma qualcuno lo ha violato senza ritegno alcuno, è stata la politica, sono stati i partiti, già colpevoli di averlo siglato quell’accordo. “La mafia non ha vinto – Il labirinto della trattativa” s’intitola il saggio di Salvatore Lupo e Giovanni Fiandaca pubblicato proprio quest’anno da Laterza. Guarda caso poco tempo dopo comincia a scricchiolare il muro dell’omertà che proteggeva tanto i mafiosi quanto i politici. E a parlare non è uno qualsiasi ma Totò Riina. Prima se la prende con Nino Di Matteo, pubblico ministero titolare dell’accusa nel processo sulla Trattativa. Poi rivela che il detonatore della strage di Via D’Amelio, che costò la vita a Paolo Borsellino e alla sua scorta, stava nel citofono. Infine attacca Don Ciotti, responsabile dell’Associazione Libera contro le mafie coinvolta nella gestione dei beni sequestrati alla criminalità organizzata.

scorta-civica-pool-trattativa-meseIl messaggio è chiaro. Attacca il giudice per motivarlo. Sembra dire “chiamami perché ho dichiarazioni bomba da fare”. Perché? I soldi. Secondo indiscrezioni infatti mancherebbero all’appello svariati miliardi di euro di provenienza illecita, che non sono più nella disponibilità delle mafie e neanche di chi dovrebbe restituirli alla legalità. Soldi che in forza di quell’accordo sarebbero stati dati dalla mafia a imprenditori e professionisti compiacenti in cambio di riciclaggio e impunità.

Lasciamo infine l’ultima parola ancora a Giuseppe Grassonelli. “Chi non è stato rinchiuso all’Asinara non può avere idea di cosa fosse negli anni Novanta: l’inferno in terra. Un giorno venne trovarmi in quell’isolamento atroce un magistrato molto importante. Mi parlò con toni pacati, garbati, come se parlasse a suo figlio. Provò a convincermi a collaborare con la giustizia. Mi prospettò sconti di pena, protezione ai miei familiari, e una vita nuova con generalità nuove e perfino uno stipendio. Voleva però che parlassi di politica, che facessi nomi. Ma io non avevo niente da offrirgli. Lo lasciai parlare e lui, come era venuto, se ne andò”.

Chi sa parli dunque. Affinché ci sia finalmente verità, pace e giustizia. Affinché uomini che hanno sbagliato, che hanno pagato e si sono pentiti davvero siano restituiti alla società come prevede la Costituzione. Affinché ci sia fine pena sempre.

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