Quale democrazia?

bobbioUna delle prime dispute di cui si abbia notizia intorno alle tre forme di governo – monarchia, oligarchia e democrazia – è narrata dallo storico greco Erodoto (484-425 a.C.). Otane, Megabizo e Dario discutono intorno alla futura forma di governo della Persia. A riproporla è Norberto Bobbio alla voce “democrazia” del Dizionario di politica curato insieme a Nicola Matteucci, redatto da Gianfranco Pasquino e pubblicato dalla UTET di Torino nel 1976.

Mentre Megabizo difende l’aristocrazia e Dario la monarchia, Otane prende le difese del governo popolare che chiama secondo l’antico uso “isonomia” (o uguaglianza delle leggi, o uguaglianza di fronte alla legge), con l’argomento che ancora oggi i sostenitori della democrazia ritengono fondamentale: «Come potrebbe essere cosa perfetta la monarchia, alla quale è lecito fare quello che vuole senza doverne rendere conto?».

Altrettanto classico è l’argomento con cui il fautore dell’oligarchia (e di rincalzo il fautore della monarchia) condannano la democrazia: «Nulla v’è di più stolto e di più insolente di una moltitudine incapace». Come può ben governare colui «che non ha ricevuto istruzione né ha conosciuto nulla di buono e di conveniente, e che sconvolge i pubblici affari buttandovisi dentro senza discernimento simile a un torrente in piena?». Sembra Matteo Renzi quello descritto da Megabizo circa 2.500 anni fa, se solo non avesse aggredito con una veemenza senza precedenti l’ordinamento democratico e la Costituzione Repubblicana in combutta con Silvio Berlusconi. O forse proprio per questo motivo.

Ma l’attualità politica italiana non è IlFattoGlobale del momento, casomai la sua peggiore conseguenza. Esso è rappresentato invece dal dibattito internazionale sulla democrazia. E su quale forma di governo possa esprimere al meglio la mutata e mutevole realtà sociale: quella in cui miliardi di persone sono state abilitate dalla tecnologia a esprimere liberamente il proprio pensiero. Persone le cui idee, però, seppure innovative e accompagnate da ampi consensi, non riescono ad avere visibilità politica e a trasformarsi in azioni concrete.

Un tema questo particolarmente caro a IlFattoGlobale, che fin dall’inizio ha dichiarato di essere nato per “dare un contributo alla circolazione delle idee”.

La rivoluzione informatica americana – che ha messo tutti noi nelle condizioni di esprimere il nostro pensiero liberamente ovunque nel mondo – è una diretta conseguenza della democrazia americana, della Costituzione degli Stati Uniti d’America. Praticamente immutata dai tempi della sua entrata in vigore, a fine ‘700. Ma oggi questa libertà dà fastidio e fa paura al potere politico. Mentre quello finanziario sembra si sia messo alla finestra per vedere come va a finire. E allora che fanno? Chiudono gli spazi costituzionali del confronto democratico delle idee: le province, il senato … Ed è molto triste che questa reazione autoritaria avvenga per prima in Italia.

La prova inconfutabile che in Italia sono in atto riforme elettorali e istituzionali smaccatamente antidemocratiche ed eversive rispetto al dettato costituzionale la fornisce ancora Norberto Bobbio: «In generale – spiega sempre alla voce democrazia del Dizionario di politica – la linea di sviluppo della democrazia nei regimi rappresentativi è da rintracciarsi essenzialmente in due direzioni: a) nel graduale allargamento dei diritto di voto, che primamente ristretto a un’esigua parte di cittadini in base a criteri fondati sul censo, sulla cultura e sul sesso, si è andato estendendo secondo un’evoluzione costante, graduale e generale a tutti i cittadini d’ambo i sessi che abbiano raggiunto un certo limite d’età (suffragio universale); b) nella moltiplicazione degli organi rappresentativi (cioè degli organi composti da rappresentanti eletti), che in primo tempo sono limitati a una delle due assemblee legislative, e poi si estendono via via all’altra assemblea, agli enti del potere locale, o, nel passaggio dalla monarchia alla repubblica, anche al capo dello Stato (come ad esempio è avvenuto in Francia, ndr)».

Stati Uniti a parte, dove il Presidente Barack Obama è in stato d’accusa da parte del Congresso per abuso di potere, è di tutt’altro segno nel mondo la reazione della politica all’avvento della partecipazione digitale e trasversale. E i migliori segnali arrivano da luoghi per molti versi inattesi. Dall’Iran anzitutto, una Repubblica Islamica dove vige la legge coranica e c’è una Guida Suprema politico-religiosa, l’Ayatollah Alì Khamenei, la cui parola è indirizzo incontestabile.

Eppure in un Paese così organizzato, ma dove si svolgono elezioni presidenziali democratiche, il Presidente Hassan Rouhani è riuscito a riformare sia l’immagine dell’Iran nel mondo che il comune sentire e agire intero perdipiù senza modificare una sola legge né contraddire le autorità religiose. Ma anzi facendole sue complici del cambiamento. Di recente, per esempio, ha chiesto alle autorità religiose di essere tolleranti verso i giovani, le donne e i cittadini in genere che usano il web. Dopo due giorni nel Paese non solo è arrivata la tolleranza ma addirittura Internet veloce. Abilitando di fatto la legittimità dei new media, la partecipazione democratica dei cittadini e la circolazione delle idee.

Un altro esempio arriva dall’India, dove il nuovo primo ministro Narendra Modi, pur espressione del partito conservatore, intende introdurre una serie di innovazioni tecnologiche orientate al sociale che in certo senso scardinano la tradizionale suddivisione in caste della società Indù partendo dal gradino più basso: gli intoccmodiinginocchioabili.

Ricordiamo che con i suoi oltre 700 milioni di aventi diritto al voto l’India è la più grande democrazia del mondo. E le elezioni, che durano tre mesi, rappresentano il maggiore evento democratico del Pianeta e sono seguite oltre che dai media “occidentali” dai colossi del web, locali e internazionali, che ogni volta si cimentano nel fornire servizi informativi ed elettorali alla popolazione usando le le elezioni come banco di prova delle loro piattaforme digitali. E ricordiamo che nonostante l’incontrovertibile risultato elettorale che lo ha portato a guidare il Paese, il premier Narendra Modi al suo primo ingresso in Parlamento si è inginocchiato in senso di rispetto verso la massima istituzione democratica del Paese. Un fatto ordinario, ma che diventa straordinario se pensiamo che in Italia i leader dei tre pincipali partiti – PD, Forza Italia e Movimento 5 Stelle – sono extraparlamentari: Silvio Berlusconi perché è stato estromesso dal Senato, e Matteo Renzi e Beppe Grillo perché non si sono candidati e non sono mai stati eletti da nessuno.

Ancora Bobbio infine: «Per non smarrirsi in discussioni inconcludenti bisogna riconoscere che nelle due espressioni “Democrazia formale” e “Democrazia sostanziale” il termine “Democrazia” ha due significati nettamente distinti. Nella prima indica un certo insieme di mezzi, quali sono appunto le regole procedurali indipendentemente dalla considerazione dei fini; nella seconda indica un certo insieme di fini, qual è soprattutto il fine dell’uguaglianza non soltanto giuridica ma anche sociale ed economica, indipendentemente dalla considerazione dei mezzi adoperati per raggiungerli».

Il problema, evidenziato da Bobbio, è che la Democrazia come metodo (formale) e la Democrazia come valore (sostanziale) non hanno alcun elemento connotativo comune e si ritrovano perfettamente insieme solo nella teoria di Jean Jacques Rousseau: «L’unico punto su cui gli uni e gli altri (i fautori della Democrazia formale e quelli della democrazia sostanziale, ndr) potrebbero convenire è che una Democrazia perfetta – sinora in nessun luogo realizzata e quindi utopica – dovrebbe essere insieme formale e sostanziale», conclude Norberto Bobbio.

Una volta un grande giurista mi disse: “Vedi mio caro, tutta la storia del diritto, e dunque dell’umanità, si risolve nell’eterna lotta tra autorità e libertà. Tu da che parte vuoi stare?”. Non risposi. Lo faccio adesso: Libertà!

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