Il ritorno di Europa

rattoeuropaRacconta la mitologia greca che Europa era una bellissima principessa fenicia, libanese, di cui s’innamorò Zeus. Fu così che il re dell’Olimpo si tramutò in un meraviglioso toro bianco che accucciatosi ai piedi della ragazza la convinse a montargli in groppa e la rapì. Via mare la portò fino all’isola di Creta, dove diedero origine alla civiltà micenea, da cui discese poi quella greca, quella romana e quella occidentale che molti secoli dopo raggiunse anche le Americhe. E dalle Americhe, paradossalmente, ritorna a noi.

Quello che infatti era stato preannunciato da più parti alla fine è successo: il capitalismo di stampo nordamericano si sta sfaldando, rompendo in mille pezzi come un pupo di zucchero. Ne abbiamo già parlato, ma adesso è il momento di chiedersi come e quando tutto questo è iniziato? È possibile poi fare un parallelo o una similitudine con il crollo del Comunismo visto che di mezzo c’è ancora una volta un Papa?

Finita la Seconda Guerra Mondiale il cosiddetto emisfero occidentale del pianeta diventa americano-centrico, dalle Hawaii fino a Berlino Est tutto ruota intorno agli Stati Uniti d’America. L’Europa, che grazie all’Italia pur comincia a dimostrare voglia di autonomia con la nascita della prima Comunità europea (la CECA, comunità europea del carbone e dell’acciaio), è tenuta sotto controllo soprattutto attraverso l’alleato Regno Unito, con lo spionaggio e la testa di ponte economico-finanziaria della Borsa di Londra. E al contempo finanziando ora questo ora quel gruppo eversivo per seminare terrore e disordine. Tecnica questa usata anche nel Mediterraneo e in Medio-Oriente come in America centrale e meridionale, per poi imporre dittatori compiacenti – famosa ad esempio l’Operazione Condor in Sudamerica che portò tra gli anni 60 e 70 all’instaurazione di tutte le dittature dell’area – in modo da avere accesso esclusivo alle risorse naturali: oro, argento, petrolio, gas ecc.

Tutta procede a meraviglia, nonostante e forse anche grazie alla presenza del blocco comunista filo-sovietico, un comodo nemico in fondo, utile per giustificare l’imperialismo americano. Se non fosse per quella spina nel fianco rappresentata dalla Cuba di Fidel Castro, che l’aveva strappata ai casini e ai casinò della mafia senza però restituirle gli stessi fasti e la promessa giustizia sociale.

Karol Wojtyla 4_clip_image048Ma è sul finire degli anni settanta che l’ordine mondiale uscito dalla guerra mondiale comincia davvero a cambiare, sale al soglio pontificio un prete polacco, ex minatore e operaio: Karol Wojityla da Katovice, con il nome di Giovanni Paolo II. E in Polonia, a Danzica, appena due anni dopo la sua elezione nasce il sindacato di ispirazione cristiana Solidarność guidato da Lech Walesa, che con un serie di scioperi del tutto inediti per un paese comunista acquista coraggio e consensi. Wojityla diventa allora il nemico numero uno del comunismo. E forse segretamente di più di qualcun altro.  Nel 1981 il turco Alì Agca attenta alla vita del Papa, che però lo perdona e prosegue nel suo slancio di evangelizzazione, viaggia più di quanto nessun Papa abbia mai fatto, porta Cristo nei luoghi più remoti della Terra e il pontificato fino alle estreme conseguenze, al sacrificio fisico e al lento spegnimento di quel corpo da polacco impavido e coriaceo.

Il Comunismo crolla nel 1989 e l’America dopo qualche anno di euforia economica piomba nell’horror vacui per l’assenza di nemici. Allora prova a trovarne un altro, il fondamentalismo islamico, che però dopo i tremendi fatti dell’11 settembre 2001 (si parlò e si parla ancora purtroppo di complotto dei servizi segreti americani) si spegne miseramente fino alla cattura di Osama Bin Laden sotto l’amministrazione Obama. Intanto nel 2008, con il fallimento della Banca Lehman Brothers, il sistema americano e occidentale entra in quella crisi che patiamo tutt’oggi. Ma quel che è più grave è la percezione negativa dell’economia fondata sul debito che comincia a farsi strada tra le persone comuni, il consumismo a tutti i costi, e soprattutto a rate, non soddisfa più.

Le pulsioni antiamericane e anti dittatura del mercato più forti arrivano però dall’America Latina, dietro Fidel Castro sale la stella bolivarista di Hugo Chavez, che nazionalizza tutte le principali imprese a partecipazione straniera del Venezuela e non ultima l’industria petrolifera. E qualsiasi cosa succeda, a torto o a ragione, tuona contro l’imperialismo americano. Grazie al suo esempio anche altri paesi prendono coraggio, nascono le prime timide democrazie: il Cile, il Messico, l’Argentina, la crescita prepotente del Brasile, finanche il piccolo Uruguay del presidente contadino Pepe Mujica. A soffrire insieme agli USA è ora solo l’Europa, che unita monetariamente ma divisa politicamente è la prima a ricevere l’influsso negativo della crisi americana.

La situazione globale ha un’improvvisa accelerazione all’inizio del 2013. Fiaccato dall’età e dalla lotta contro il relativismo imperante Papa Ratzinger lascia il mondo di stucco dando le dimissioni, ma al suo posto arriva l’italo-argentino Jorge Mario Bergoglio, che assunto il nome di Francesco comincia fin da subito a parlare di poveri, di Chiesa povera, mette mano alla Banca Vaticana, lo IOR, e scuote le coscienze con comportamenti mai visti: gira tra folla acclamante senza protezioni, vive in una modesta abitazione invece che negli appartamenti papali, circola su una Ford Focus, apre al dialogo con i gay, i divorziati e i non credenti, dà fiducia invece di chiederla.

Passano poche settimane e arriva un altro colpo di scena, lo storico alleato degli USA, il Regno Unito, di fatto si sgancia: è stato infatti il brillante quotidiano inglese The Guardian a rivelare al mondo lo scandalo delle intercettazioni e dello spionaggio operato in patria e in decine di altri paesi dalla CIA e dalla NSA (National Security Agency), grazie alle rivelazioni di Edward Snowden, scomparso dagli Stati Uniti per ricomparire niente meno che in Russia.

Qualche giorno dopo, a sottolineare indirettamente la scelta del Regno Unito per il cambiamento e per l’Europa è la stessa Regina Elisabetta II, che a sorpresa raggiunge gli studi televisivi della BBC comparendo alle spalle dei giornalisti che in diretta stavano leggendo il tg, con un sorrisetto tanto gentile quanto saputo che è tutto un programma.

L’America allora prova a rispondere, organizza un dialogo di pace tra Israele e i Palestinesi, poi, tanto per cambiare, chiama gli alleati alla guerra, contro la Siria, ma irretite da una inedita alleanza sottotraccia che dal Regno Unito arriva fino all’Iran del nuovo amabile corso del presidente Hassan Rouhani entrambe le iniziative sono un flop. Mentre intanto la città nordamericana di Detroit, la capitale industriale d’America, dichiara fallimento.

Barack Obama arranca, ma la situazione precipita ancora di più, i principali uffici federali d’America entrano in sciopero, Washington è una città spettrale, sembra la Santiago del Cile nei giorni del golpe di Pinochet. Riecheggiano pistolettate e colpi di fucile. Salta fuori addirittura che Gli Stati Uniti d’America sono sull’orlo del fallimento, sono il principale debitore di tutta la storia dell’umanità. Dopo giorni di contrattazione democratici e repubblicani raggiungono un accordo per alzare il tetto del debito pubblico. Ma è solo un palliativo, c’è il rischio che la stessa situazione si ripresenti a breve distanza di tempo e fors’anche aggravata.

MerkelspiataDalle carte di Snowden si viene intanto a sapere che gli USA spiavano la Francia. Il presidente francese François Hollande protesta formalmente. Lo stillicidio prosegue, salta fuori l’intercettazione del telefono personale di Angela Merkel, dei politici italiani, di quelli spagnoli di milioni di telefonate di privati cittadini. Il cancelliere tedesco chiama Obama, che prima nega e poi ammette che sì, l’avevano spiata. L’Europa sembra ricompattarsi nel rifiuto del decadentismo capitalistico e spionistico americano. Perfino gli osservatori statunitensi parlano di fallimento nelle relazioni internazionali.

La prospettiva nuova, l’ordine mondiale che si prefigura all’orizzonte è molto diverso rispetto a quello uscito dalla seconda guerra mondiale, è modulare, flessibile, multicentrico: l’America, il Sudamerica, la Cina, l’Africa e un vecchio nuovo protagonista finalmente libero di esprimere tutte le proprie capacità di mediazione e integrazione, l’Europa. Ma la strada per vederla unita, da Lisbona a Varsavia e da Capo Nord a Lampedusa è ancora lunga. Tuttavia i Reali, là dove esiste un regno sembrano ben disposti, anche i popoli. Sono i governi e gli apparati statali che fanno resistenza. Serve un cambio di marcia. Ed è a questo scopo che IlFattoGlobale fa la sua piccola e modesta proposta: votare con il sistema proporzionale in tutto il continente (Svizzera e Paesi candidati all’Unione compresi) per eleggere un’Assemblea Costituente che scriva una Costituzione europea dei popoli e non dei governi. Per arrivare ad avere, si auspica entro un numero limitato di anni, un solo governo federale, un solo parlamento, una sola Banca centrale, una sola moneta e una sola Borsa valori.

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