Il paradosso del populismo

Il populismo è in crisi. E lo è, come spesso è accaduto nella storia (si veda per esempio il Comunismo), per cause più endogene che esogene. E cioè non per merito o furbizia dei suoi oppositori ma per motivazioni e contraddizioni interne, detonate specialmente dal momento in cui il populismo, anche in coalizione con il sovranismo, ha messo le mani sulle leve del potere. Un fenomeno che, nonostante interessi da vicino solo l’Italia, dopo aver attinto tutto l’Occidente, è di rilevanza globale.

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Una storia pressoché parallela quella di populismo e sovranismo, entrambi nati come reazione a una profonda crisi economica e di valori e alla globalizzazione. E proseguita con la ferma opposizione alle soluzioni prospettate da altri, in particolare da coloro i quali, potentati economici, multinazionali e partiti tradizionali, a detta dei populisti-sovranisti, quella crisi e quella globalizzazione avevano causato.

Una protesta e una opposizione tuttora non priva di ragioni, sebbene alimentata dalla fabbricazione e divulgazione di false notizie e da una perfino arrogante oltre che profonda ignoranza. O meglio da una non volontà di conoscere, di approfondire, di riflettere, di distinguere, che in fondo è una negazione della stessa natura umana, il tutto spinto da un massimalismo paradossalmente somigliante sia a quello bolscevico e comunista sia allo squadrismo pre-fascista.
È dunque fin dalle prime fasi che populismo e sovranismo covano una contraddizione interna di fondo che invece di risolversi si è acuita con la presa del potere. Contraddizione, paradosso o antinomia manifestatosi anzitutto con l’incapacità di prospettare una articolata e argomentata alternativa al sistema preso di mira e proseguita nell’incapacità di metterla in atto una volta raggiunto il potere e con la messa in discussione delle stesse fondamenta degli stati moderni, democratici e liberali, della collocazione internazionale dell’Italia e addirittura delle stesse libertà individuali e dei diritti umani. E cioè delle più fondamentali e irrinunciabili conquiste dell’umanità.

Cosi facendo trasparire da dichiarazioni e comportamenti una concezione pre-illuministica, medievale e addirittura troglodita, cavernicola o della giungla della convivenza tra gli umani. Pretendere di far tornare l’umanità sui propri passi a epoche in cui ogni diritto e individualità, specie alle fasce deboli, erano negati, a un mondo selvaggio in cui non può che prevalere la legge del più forte, non può mai essere l’alternativa alle stesse conseguenze della crisi economica e di valori di un sistema che appunto tendeva a trattare il singolo come un numero e della globalizzazione con la sua conseguente uniformazione culturale.

Ma prima di arrivare al paradosso fondamentale esploso con la presa del potere dei parte dei populisti-sovranisti occorre fare tra questi una distinzione, perché populismo e sovranismo non sono la stessa cosa. In base alla teoria generale dello Stato infatti questo ente, ormai imprescindibile nella moderna organizzazione degli umani consorzi, è formato da tre elementi: popolo, territorio e amministrazione. Con la prevalenza di uno dei tre elementi sugli altri abbiamo così il populismo, il sovranismo o il burocratismo. Ma in tutti e tre i casi un danno per lo Stato. Parola che tra l’altro i populisti-sovranisti a momenti nemmeno pronunciano. Riempiendosi invece la bocca di popolo, di cittadini, di cittadinanza, di sovranità, di confini, di regionalismo.

Lo Stato si sa, anche il più democratico, non riscuote la simpatia dei cittadini. Tantomeno in Italia, dove tutti cercano di fregarlo. Una tendenza durissima a morire perché figlia di personalissime esperienze di secolari dominazioni e di poteri più o meno assoluti fino ancora ad appena 80 anni fa. Perché insomma lo Stato rappresenta l’autorità, da sempre contrapposta alla libertà. Ed proprio da questo atteggiamento antisistema, aggravato dal solleticare i medesimi bassi istinti nella popolazione ai soli fini di propaganda e di raccolta del consenso, che discende il paradosso del populismo. Il quale adesso che sta al potere si trova in realtà prigioniero dell’antinomia di essere contemporaneamente Stato e antistato, o Stato dell’antistato. E finendo per somigliare, sempre per paradosso, a quella mafia dell’antimafia di cui abbiamo avuto triste e recente esperienza specialmente in Sicilia.

Per farla breve, non si può pretendere di tutelare gli interessi collettivi, o del popolo o dei cittadini, rinunciando a priori alla sacralità e alla difesa delle istituzioni, siano esse nazionali o locali, che appunto a tale scopo sono state preposte dalla Costituzione, dalle leggi e dal voto popolare nella loro componente elettiva. E per di più ponendosi come alternativa (vedi la democrazia diretta e le usurpazione di potere) ad esse del tutto personalistica e addirittura capricciosa. E questo semplicemente perché ciò indebolisce in partenza l’attore politico di fronte ai poteri e agli interessi forti che pretende di combattere in nome dell’interesse collettivo già a livello locale e sù sù fino a quello nazionale e internazionale.

Un conflitto irrisolto e irrisolvibile sta dunque alle origini del paradosso del populismo e si manifesta quotidianamente nella incapacità di risolvere i conflitti e nella tendenza a interiorizzarli. Ma fino a quando il populismo-sovranista sarà in grado di inghiottire conflitti senza esplodere?

Il costo delle idee

Qual è il costo di un’ideologia o di una singola idea? Cioè, quanto costa realizzarla? Chiesto così può sembrare un concetto non bello capace di causare non pochi pruriti etici e politici. Proviamo allora a usarlo come chiave di lettura del mondo contemporaneo, il cui inizio potremmo fissare con l’entrata in vigore della Costituzione degli Stati Uniti d’America, ovvero come Fatto Globale.

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Giornalisti, l’Ordine scaccia i disoccupati

L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro ma noi veniamo cancellati dall’Albo dei giornalisti perché disoccupati. Pur avendo sostenuto e passato un esame di Stato gestito dal medesimo Ordine professionale. Titolo che ci dà diritto di essere tutelati dal nostro Ordine a prescindere dall’adempimento di ulteriori obblighi oltre il pagamento della quota annuale di iscrizione. Prova ne sia che per il mancato adempimento degli obblighi formativi non è prevista l’immediata radiazione. Tutto ciò oltre che clamorosamente incostituzionale contraddice la stessa ragion d’essere dell’Ordine in questione.

Come la mettiamo poi col fatto che la Cassa di Previdenza – la Casagit – riconosce uno dei più ricchi trattamenti di disoccupazione in Italia qualunque sia la causa della perdita del lavoro – io stesso ne ho usufruito nonostante fossi stato io a licenziarmi -, mentre questa stessa disoccupazione per l’Ordine è causa di cancellazione dall’Albo?

Tutto questo discende dall’eterna contraddizione del giornalista in Italia, che al contempo è libero professionista e dipendente. Senza un datore di lavoro, senza un editore semplicemente non esiste. Anzi addirittura viene cancellato dall’Albo dopo soli due anni di disoccupazione. E così mentre l’Ordine se la tira da libero professionista, la Cassa di Previdenza si comporta come quella degli altri lavoratori dipendenti riconoscendogli un trattamento di disoccupazione a differenza di tutte le altre casse dei professionisti. Epperò chi vuole davvero essere un libero professionista di fatto e di diritto non può esserlo.

Non è mai un fatto personale, disse qualcuno (credo Mario Puzo ne Il Padrino). Anche quando lo è, aggiungo io. E il segreto sta nel far coincidere la propria questione personale con la soluzione di un problema più generale e diffuso. È quindi con l’intento di permettere ad altri giornalisti di riconoscervisi, in tutto o in parte, che faccio qui di seguito accenno alla mia vicenda personale.

Ho sostenuto l’esame per diventare giornalista il 31 ottobre 2001 (lo scritto) e il 14 marzo 2002 (l’orale). All’epoca ero praticante giornalista assunto presso la redazione di ItaliaOggi, a Milano. Passato l’esame mi sono iscritto all’Ordine come professionista e sono stato assunto come redattore ordinario.

A novembre dello stesso anno 2002 ho dato le dimissioni. Sono rimasto in redazione fino al febbraio 2003, poi ho chiesto e ottenuto il trattamento di disoccupazione e nel 2004, dato che avevo passato anche l’esame di abilitazione alla professione di avvocato, ho aperto uno studio legale riprendendo anche a collaborare con ItaliaOggi. E all’Ordine dei giornalisti della Lombardia chiesi e ottenni di essere passato d’ufficio dall’Albo dei professionisti a quello dei pubblicisti.

Quindi diciamo che non percepisco una retribuzione di tipo giornalistico almeno dal 2005, più i due anni di tolleranza andiamo al 2007. Facciamo allora che a seguito della cancellazione mi restituite 10 anni di quote di iscrizione con gli interessi, eh? Altrimenti non è una revisione ma darwinismo professionale. A proposito, cos’è questa nella foto? È legittima una dichiarazione dei redditi ultrannuale? No. Se non la chiede il Fisco nessun altro è autorizzato a chiederla.

Intanto nel 2006 ricevetti una proposta di lavoro come content manager da un’agenzia di comunicazione con sede a Roma, chiusi lo studio, chiesi la cancellazione dall’Ordine degli avvocati e mi trasferii nella Capitale. Compresa l’iscrizione all’Ordine dei giornalisti (Albo pubblicisti) dalla Lombardia al Lazio. Dove rimasi fino al 2014 quando l’altra agenzia a cui ero passato, sempre con un contratto a progetto, non mi rinnovò più l’ingaggio. E così me ne tornai in Sicilia.

Solo quest’anno però, a seguito di vicende personali e familiari che mi è doloroso raccontare, ho chiesto il trasferimento dell’iscrizione all’Albo pubblicisti dall’Odg Lazio a quello della Sicilia riuscendo a completare amministrativamente e monetariamente la pratica a ottobre 2018: 120 euro di iscrizione, più 60 di diritti di cancelleria, più 40 di tesserino. Non mi è ancora arrivato il tesserino che vengo convocato dal disciplinare perché non ho adempiuto agli obblighi formativi e non ho la PEC. Apro la PEC, anche per avere notificata la censura, e inizio a seguire i corsi disponibili. Ma invece della censura via PEC ricevo una raccomandata a/r via posta dove praticamente mi si dice che sono fuori dall’Ordine perché disoccupato!?

Non è mai un fatto personale, anche quando lo è. Per questo non vi farò causa e nemmeno risponderò a questo insulto alla mia libertà e alla mia professionalità e a voi stessi. Cancellatemi pure. Semplicemente non voglio più avere niente a che spartire con l’Ordine dei giornalisti. Ma trovatevi un buon avvocato, perché se qualche altro giornalista nelle stesse condizioni si prende di puntiglio rischiate di finire davanti alla Corte costituzionale.

Romanzo Carnale/ Capitolo III: L’educazione zarista

IMG_20151126_200212Non che fosse vecchia. Ma neanche giovane. Semplicemente Marina Seminova era una donna fuori dal tempo. E a volte anche dallo spazio. Portava un orologio da polso sempre fermo, un modello degli anni 10 che valeva una fortuna, eredità della nonna. E vestiva sempre elegantemente fuori moda e fuori stagione. In lei tutti gli infiniti volti della femminilità si sfidavano in esagerazione. Cinica e crudele e un secondo dopo materna in modo stucchevole e insensatamente apprensivo.
– Perché fai così?
– Mai più farai questa domanda, a nessuna, mai. Me l’aspettavo. Hai resistito però. E siccome mi pagano per insegnare e tu sei qui per imparare ti risponderò. Perché così non avrai mai problemi con nessuna.
Lo scafo-taxi accostò alla banchina. Marina salì dopo i bauli del suo bagaglio. Jimmy si fece avanti. – No tu no, non scendo nel migliore Hotel di Venezia con uno scaricatore di porto. Questo è l’indirizzo del tuo Bed&Breakfast.
Jimmy si diresse rassegnato verso la fermata del vaporetto ripensando alle parole di Don Worry: “She will teach you good manners”. [Read more…]

Panama Papers e le prove del consociativismo in Italia

dellutriTutti i governi del post “Mani Pulite” sono figli del consociativismo politico-affaristico destra-sinistra. Rubavano insieme e tenevano (e tengono) la refurtiva nello stesso posto, ma facevano finta di litigare e di alternarsi.

Poi, per sommo sfregio al popolo, alla Costituzione e alla democrazia si sono addirittura messi insieme. Nel Governo Monti, in quello Letta e infine in quello Renzi. Con il Patto del Nazareno, con Alfano e con Verdini.

Se questa boutade dovesse rivelarsi vera prendetevela con Marcello Dell’Utri. E soprattutto con la sua discreta e ineffabile compagni carceraria all’interno della Casa Circondariale di Parma. E cioè Totò Riina, Piddu Madonia e Massimo Carminati.

“Leave the gun, take the cannoli”. E la mafia non sparò più

leavetheguntakethecannoliLa mafia non uccide più ma nessuno ne parla né rivendica il merito di tanto risultato. Risale infatti al marzo del 2014 l’ultimo omicidio qualificato come “di stampo mafioso” dagli inquirenti. E dal 2011 a oggi in Sicilia si contano soltanto quattro agguati mortali di mafia.

Certo 671 giorni consecutivi senza piombo sono una serie difficilmente riscontrabile nella storia della criminalità organizzata siciliana, sebbene non sufficienti per chiedere lo smantellamento del costoso carrozzone Antimafia. Ma qualche domanda bisogna pur farsela, perché senza armi non c’è intimidazione e senza intimidazione non c’è omertà. E senza omertà non c’è mafia.

Questi sono infatti i capisaldi della definizione ufficiale di mafia offerta dall’articolo 416-bis del Codice Penale (Associazione a delinquere di stampo mafioso): “L’associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento che ne deriva”. [Read more…]

IlFattoFemminile IlFattoDelGusto/ Donne e vino, questione di naso e feeling

ceci1Inutile nasconderlo, con Cecilia Miraglia ci conosciamo da più di 30 anni. Eravamo compagni di classe la Liceo Classico “Ruggero Settimo” di Caltanissetta. Poi ci siamo persi, ritrovati e ripersi. Ed per questo che adesso, seduti all’Enoteca Fresco di Vino di Domenico Urso, a San Cataldo, e quasi come se non ci conoscessimo. Perché né io so cosa fa lei, né lei sa cosa faccio io.

Allora… da dove vogliamo cominciare? Che ne dici di abbinare l’intervista a uno o più vini?
Mm… Sì. Ma niente vini siciliani. Perché del vino bisogna conoscere e far conoscere tutto e tutti. E del resto qui siamo pieni di vini siciliani e di estimatori del nostro vino, non c’è certo bisogno di me per promuoverlo. Non aggiungerei nulla se mi occupassi solo di vino siciliano. Quindi cominciamo con un bianco alsaziano, un Gewutraminer Willm Reserve 2013, e una selezione di caprini e miele di castagno. [Read more…]